L’opera è composta da un filo blu realizzato con scarti della lana lungo appunto 350 metri, ovvero la distanza che intercorre tra le Industrie Fluviali e il Tevere.
Il percorso del filo inizia da una placca d’acciaio di forma triangolare posta a pochi passi dall’ingresso, percepibile con i piedi in quanto leggermente rialzata da terra, e prosegue sotto il pavimento andando verso la sala principale lungo una linea retta. Per circa un metro possiamo seguirne l’andamento in quanto il filo è coperto solo da una lastra di vetro che ne segue il percorso, il quale prosegue al piano inferiore nella zona della caldaia in ghisa della vecchia fabbrica. In seguito, proprio come un fiume, il filo scorre tra gli ambienti delle Industrie Fluviali: tra le diverse sale, piani, ambienti, si insinua nelle pareti e disegna geometrie rigorose, fatte di equidistanze di angoli retti, di orientamenti perfettamente verticali o orizzontali.
Il percorso si conclude nella sala principale, la prima che si incontra dopo il corridoio d’ingresso, a ridosso di una colonna che, entrando, troviamo alla destra del divanetto verde al centro della sala: l’estremità del filo parte dall’alto e si conclude a terra legandosi ad una pietra fluviale, un masso calcareo appositamente recuperato dal fiume.
Realizzata con lo stesso tipo di lana che veniva prodotto in questa ex-fabbrica, l’opera unisce il presente di questi spazi alla loro storia e al territorio circostante.
Il filo lega insieme gli spazi, le epoche, le persone. Gli spazi interni delle Industrie Fluviali, che il filo attraversa; gli spazi del territorio, in virtù della connessione fra questo luogo e il vicino Tevere; le epoche, quella presente fatta di rigenerazione e quella industriale del secolo scorso; le persone, quelle che attraversano queste stanze e coloro che hanno partecipato alla realizzazione dell’opera.
Un filo lungo 350 metri, vale a dire la distanza che separa le Industrie Fluviali dal Tevere. Uno spesso filo realizzato con scarti di lavorazione della lana, che tratteggia un percorso fluviale dalla geometria rigorosa.
L’opera di Officinadïdue, il duo composto da Vera Bonaventura e Roberto Mainardi, è certamente la più ambiziosa e imponente realizzata alle Industrie Fluviali nei primi 4 anni di vita dello spazio.
Come altre opere create nell’hub di Ostiense, scaturisce dai suoi elementi fondativi: l’industria della lana alle origini della ex-fabbrica dove sorge, il fiume che scorre a pochi metri e che ne ha ispirato la rinascita.
Sono elementi che attecchiscono facilmente nell’immaginazione delle artiste e degli artisti chiamati a intervenire in questi spazi. Bonaventura e Mainardi, però, hanno cercato una soluzione che permettesse di porre queste due entità apparentemente distanti – una industriale l’altra naturale, una animale l’altra minerale, una geologica l’altra antropica – in una condizione di sintesi organica, senza ricercare accostamenti e convivenze. Per farlo, li hanno cuciti assieme, letteralmente, impiegando un filo lungo 350 metri, vale a dire la distanza che separa le Industrie Fluviali dal Tevere. Uno spesso filo realizzato con scarti di lavorazione della lana, che tratteggia un percorso fluviale dalla geometria rigorosa. Un filo che attraversa stanze, muri, pavimenti, arrampicandosi su scale e pilastri, vorticando in un andirivieni mai caotico, nel pieno stile d’ispirazione minimale che caratterizza tutta la poetica visiva di Officinadïdue.
Questo percorso di 350 metri inizia a terra, all’ingresso dello spazio. Una placca d’acciaio è il segnale d’inizio: da lì, sotto il livello del pavimento, protetto da un vetro allungato, il cavo lanoso inizia il suo viaggio e presto si tuffa per raggiungere il piano sottostante e l’antica caldaia di ghisa della vecchia fabbrica. Prosegue ordinato, passando da un piano all’altro dell’edificio, toccando ogni angolo, finché sparisce in un grande masso calcareo levigato nei secoli dall’azione del fiume.
Il risultato è un’opera che non si trova all’interno dello spazio ma coincide con esso, lo rappresenta, lo ritrae. Un ritratto non semplice, considerato quanto mutevole è il soggetto: uno spazio ibrido talvolta sfuggente che richiede di immergersi nelle sue stanze, di conoscere la comunità che lo popola, prima di afferrarne appieno l’essenza.Ma se le premesse da cui muove l’opera sono evidenti, i risvolti appaiono più sfaccettati, e rievocano il ruolo che i fili – intrecciati, liberi, invisibili, tesi – rivestono lungo la storia dell’arte dell’ultimo secolo. Da Maria Lai a Pae White, da Alexander Calder a Tomas Saraceno fino a Chiharu Shiota, il filo ci ricorda in un tempo la nostra fragilità e la forza che traiamo legandoci agli altri, ci rammenta quanto siamo esposti ai capricci del presente e ci collega agli eventi passati. Ed ecco che questo filo che corre per 350 metri riesce a rappresentare tutto questo. È un tramite con il passato dei luoghi che percorre, fragile ma affidabile, legando assieme non solo i luoghi e il tempo, ma anche le persone: le curatrici, i curatori e gli allestitori delle Industrie Fluviali che hanno condiviso ogni fase di quest’opera con Officinadïdue in simbiotica collaborazione, dando vita a un’officina di tre, di dieci, di tante e tanti, inscindibilmente intrecciati. Come un filo.
Officinadïdue è un progetto di Vera Bonaventura e Roberto Mainardi, che trae ispirazione dal mondo naturale e reinterpreta i linguaggi estetici della land art, dell’arte povera e del minimalismo sviluppando progetti artistici legati all’ambiente, al clima, all’ecologia e alle istanze sociali. La loro poetica visiva li vede spaziare coerentemente fra materiali e soluzioni disparate, dal metallo ai tessuti alle installazioni sonore.
Dimensioni
350 metri
Materiali
Lana cardata, ferro, acciaio, vetro, pietra, smalto
Realizzazione
giugno/ottobre 2023
GUIDE SONORE
Ideate da: Pingo
A cura di: Industrie Fluviali
Testi: Radici APS e Pingo
Voce: Cecilia Rizzo
Musiche e sound design: Gabriella Stufano
Voice recording e mixing: MOB Studios







